Neanche oggi ho voglia di scrivere del Gaio Minicio Valeriano perché qui è tutto grigio, non c'è il mare che dà una dignità a tutto questo spleen da grigio (qui al massimo ti viene voglia di reagire entrando in una trattoria e ordinando dell'arrosto) e non ci sono gatti, dentro l'armadio ci sono solo dei vestiti invernali, nessun cigolio, nessun segno di unghioni sul parquet (anche perché qui non c'è un parquet), niente sparizioni di speck, niente sardoni abbandonati in angoli remoti della casa.
L'unica cosa, ho sognato la neve, ora che ci penso ero a Vienna con la neve, nel vecchio ospedale (vicino c'è anche una Skodagaße), uscivo da una birreria, credo, ma avevo dimenticato gli stivali, un freddo.
Ho sognato anche che c'erano i delfini. Non a Vienna, però.
Poi, mi hanno detto, lontano da Vienna i delfini c'erano davvero.
(mi è venuto fuori un post molto più asburgico delle aspettative, il prossimo parlo di Las Spezia o dell'Egitto così bilanciamo)
"Sì, naturalmente sono un vero ranocchio, come lei stesso può vedere. Non sono né una metafora, né una citazione, né una decostruzione, né un prototipo, nessuna di queste cose complicate. Sono un ranocchio autentico. Vuole sentirmi gracidare?"
Murakami Haruki, Ranocchio salva Tokyo, in Tutti i figli di dio danzano