Ho due nuovi tatuaggi. Uno sul bicipite con scritto "no, mah, lo sto leggendo per un esame" in copto, armeno e nella traduzione di Girolamo e un altro sul polpaccio, che raffigura un allegorista rapito dai mostri marini mentre sta leggendo il
De mortibus boum.
Come decisi di farmi questi tatuaggi è una lunga storia.
Erano le otto e mezza del mattino di un piovoso venerdì di marzo quando mi informarono che la bibliotecaria aveva trovato nelle cartelle delle scartoffie da fotocopiare un'
operetta anonima scritta in un latino inqualificabile ed era morta di crepacuore dopo averne letto una pagina. Qualcuno l'aveva inserita deliberatamente nel corpus Ciprianeo fingendosi lo stimato
vescovo e martire che tutti in città conoscevano, evidentemente per fare ricadere la colpa su di lui.
Era il terzo incidente di questo tipo. Due mesi prima, un bidello del dipartimento di italianistica aveva trovato il mortale libello nel cestino della carta, e l'aveva scambiato per un vecchio numero dell'Europeo; tre settimane prima, una matricola di scienze della comunicazione aveva letto i primi cinque capitoli credendo fosse un saggio sui nuovi media. L'avevano trovato il mattino dopo, e persino i più esperti poliziotti avevano faticato a trattenere il loro disgusto.
Sapevo che molti nuovi arrivati consideravano il mio metodo di indagine pericoloso e spesso inefficace, e più di una volta al dipartimento di Storia mi avevano consigliato di smettere perchè il gioco non vale la candela, ma sapevo che per scovare il colpevole di tutto questo c'era solo una cosa da fare e, mio malgrado, decisi di calarmi nel malfamato ambiente della letteratura cristiana antica.
Quando andai a sentire che aveva da dire il mio informatore al porto, il Gatto che Riecheggia Virgilio*, notai che la mia presenza nel torbido bar di allegoristi in cui ci eravamo incontrati non era passata inosservata. In un angolo, due loschi figuri confabulavano a bassa voce guardandoci. Sapevo che non osavano rompere gli indugi e farci fuori solo perchè era noto a tutti, in quell'ambiente, come il Gatto che Riecheggia Virgilio aveva ottenuto il suo soprannome.
Uscii, ma mentre pagavo il conto qualcuno aveva manomesso i miei appunti incollandovi le tre mortali fotocopie, in formato A3. Me ne accorsi appena in tempo, al quarto capitoletto, quando incappai in un
per con l'ablativo. Riuscii a smettere di leggere appena in tempo, poi persi quasi conoscenza sul taxi che mi riportava a casa.
Era chiaro che qualcuno voleva farmi fuori. In quel bar di allegoristi dovevo essere arrivata vicino al mio bersaglio. Ne fui ancora più convinto quando, sotto la porta del mio appartamento, trovai un messaggio anonimo scritto con lettere ritagliate dai giornali. Diceva:
Il chartagineze lo sah quale que est qui ha scrito il De duobus montibus, firmante Anonymo. Conoscevo quello stile, anche mio nonno scriveva così quando usava la tastiera wireless al contrario. Lo faceva dopo aver alzato il gomito e picchiato le galline, ma a volte anche da sobrio**. Nella posta c'era anche la solita lettera minatoria da parte di Girolamo, che mi intimava con insulti irripetibili di restituirgli il completo di tweed. Lo ignorai.
Non appena fui in grado di muovermi bevvi un sorso di amaro Braulio e tornai al porto, a cercare il Cartaginese. Troppo tardi mi accorsi di essere seguito da un uomo minaccioso, chiaramente un allegorista, che stentava a celare l'espressione feroce dietro il codice che fingeva di leggere, un raro esemplare del
De mortibus boum. Stava già estraendo le sue micidiali armi esegetiche quando un mostro marino uscì da sotto la banchina e lo divorò. Cose che capitano, quando trascuri la lettera del testo. Ero salvo, ma per quanto? Stavo già pensando di tornarmene a casa e lasciare perdere tutto, quando davanti a me vidi una figura ingobbita, che indossava un impermeabile ed un paio di occhiali con naso e baffi finti.
-Ti ho aspettato a lungo su questo molo freddo...
-Chi diavolo sei? Cosa ne hai fatto del Cartaginese?
Mi avventai su di lui, prendendolo per il bavero e scuotendolo, arrabbiato come un coyote antiocheno.
-Parla, bastardo! Confessa! Sei stato tu!
Vidi che non intendeva fuggire; sembrava innaturalmente calmo. Allora lo lasciai, schiumando per la frustrazione di non vederlo in ginocchio a chiedere pietà. Poi finalmente parlò.
-Sono stato io a cercarti, Sam. Non mi avresti mai trovato, con i tuoi primitivi criteri ermeneutici.
Come tutti i serial killer, voleva essere preso.
-Sì, sono stato io. I miei genitori mi hanno dato il nome di Anonimo Autore, e non avrei mai potuto diventare famoso come autore di letteratura apologetica. Allora ho scritto quell'orrenda operetta per inserirla nel corpus delle opere di Cipriano e così screditarlo. Se non potevo essere un modello d'eloquenza io, non doveva esserlo nemmeno lui. Ma poi mi sono reso conto che anche la più ottusa matricola ottusa del corso di Latino Uno si sarebbe potuta facilmente accorgere che l'opera non era di Cipriano, e allora ho cominciato ad uccidere. Adesso sai tutto, Sam, ma non puoi provare niente.
-Pagherai per quello che hai fatto, Anonimo Autore. Riuscirò ad incastrarti.
Mentre dicevo queste parole riapparve Giorgio, il mostro marino, che si pappò l'Anonimo Autore e nessuno seppe mai com'era andata veramente. Per questo Cipriano fu martirizzato ed io divenni infine ingegnere civile***.
*lo so, un tempo c'era Virgilio come guest star, ma non si fa più trovare al telefono e al suo posto mi risponde una voce roca che con un accento ligure dice "Genua me genuit" e riattacca.
**riuscirò mai a scrivere un testo evitando le anfibologie? ma ora mi sa briga cancellare.
*** scusate, ma è venuta ora di cena.